Cucine da Incubo: la brutta copia italiana

Antonino Cannavacciuolo

Antonino Cannavacciuolo

Hai un ristorante in crisi? Servi polenta del ’74 e ti offendi se i clienti non la mangiano? Congeli il cibo spacciandolo per fresco ed il tuo locale è sempre vuoto?
Niente pura: “Kaboom, Cannavacciuolo risponde!“, come recita l’improbabile fumetto che ogni tanto appare in sovraimpressione.
Paolo e Bina hanno bisogno di aiuto, il loro locale a Milano, “Il Golfo di Mondello e Sferracavallo” che serve specialità siciliane, è in profonda crisi.
Lavora con un menu a prezzo fisso seppellendo i clienti di cibo, la maggior parte del quale finisce nella pattumiera.
E così i conti non tornano, e i clienti nemmeno.

L’attività è a conduzione familiare, in cucina c’è il figlio Michele, mentre altri figli con fidanzate annesse lavorano in sala, senza troppa voglia.
Le facce sono incredibili! Il capofamiglia, Paolo, è una maschera di cera. Ed è uno abituato a fare tutto alla sua maniera. Apriti cielo! Cannavacciuolo si siede al tavolo e comincia il valzer degli antipasti che, man mano che escono, vengono rispediti in cucina alla velocità della luce, perché pieni di difetti:la caponata piena d’olio, il polpo servito intero e sottosopra, l’impepata di cozze con più pepe che cozze e quando non c’è il difetto, il Gordon Ramsay del Vesuvio si lamenta delle quantità eccessive.

Paolo,il titolare de Il Golfo di Mondello e Sferracavallo

Paolo,il titolare de Il Golfo di Mondello e Sferracavallo

Con quell’aria da finto duro Cannavacciuolo rimprovera Michele e poi lo mette alla prova per il servizio serale: confusione in cucina, servizi sbagliati, urla dalla cucina e tanto cibo buttato.
Su un piatto un cliente trova (?) perfino un anello di ferro.
Ovviamente scappano tutti i clienti, come sempre in questi casi. Accendi una telecamera su un tavolo e tutti diventano critici gastronomici, o,più verosimilmente, delle comparse.

Cazziatoni, facce tristi, e delusioni accompagnano la part centrale della trasmissione.
Dopodiché Cannavacciuolo decide di portare tutta la famiglia in giro per ristoranti. Paolo assaggia il sushi per la prima volta in vita sua, e poi chiede se per caso quello fosse l’antipasto.
Intanto partono anche le lezioni di cucina per Michele.
Il gigante buono conclude la sua opera riarredando il locale e rifacendo il menu. Praticamente manca solo che cambi anche i proprietari.

Cannavacciuolo insegna a Michele il nuovo menu

Cannavacciuolo insegna a Michele il nuovo menu

Ma alla fine del servizio lui è tutto contento, la famigliola siciliana anche più di lui, ed è tutto un fiorire di abbracci, baci, lacrime e addii.
A proposito di addii: esattamente come il suo omologo Ramsay (uno che quando conduce “Cucine da Incubo Usa” ha la voce continuamente coperta dai “beeep” di censura), Cannavacciuolo chiude il sipario avvicinandosi alla telecamera e parlando col pubblico.
La musica di fondo si fa, improvvisamente, spagnoleggiante ed una chitarra attacca una sorta di flamenco.
Lui fa le sue considerazioni e poi, in uno strano pidgin tra napoletano e spagnolo, dice “addios”,con due d e l’accento sulla i.  Contento lui.

Il nuovo menu di Cannavacciuolo

Il nuovo menu di Cannavacciuolo

Il programma, in perfetto stile americano,è tutto un “tra poco” e un “riassunto dei minuti precedenti”, una cosa davvero insopportabile. La maggior parte delle cose che si vedono sono davvero poco credibili, ma soprattutto sono poco credibili l reazioni.
In molte scene i protagonisti danno la sensazione di essere un po’ imbeccati, sicuramente sono molto poco spontanei. Cannavacciuolo vorrebbe fare il duro, ma ha troppo l’aria da Orso Yoghi, quindi finisce sempre per empatizzare con i proprietari dei ristoranti.
Per reggere un format così ripetitivo serve un protagonista dalla personalità più spiccata. Insomma, senza voler battere sempre sullo stesso tasto, Cucine da Incubo è stato cucito su misura per Ramsay, e senza di lui funziona davvero male.

Anche qui, ovviamente, si cercano spesso il pianto, il litigio, gli scontri duri che possono eccitare gli spettatori più pruriginosi.
Ma poi tutto, ovviamente, finisce a tarallucci e vino. Anzi, per omaggiare Cannavacciuolo, direi: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammuce o’ passato.

Otello Piccoli

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3 thoughts on “Cucine da Incubo: la brutta copia italiana

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