A Otto e Mezzo Renzi sembra Zulu’: non mi avrete mai, come volete voi

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Ieri sera ad Otto e Mezzo c’era Matteo Renzi. E non ho resistito.
Il nuovo segretario del Pd ha di certo perso parte del suo appeal iniziale, di quando faceva l’outsider ed in tv era una novità assoluta ma, se guardiamo al panorama politico attuale, non esiste nessuno che sappia comunicare come lui. Anche perché Renzi è garbato, spiritoso, autoironico, capace anche di scusarsi con l’interlocutore, se preso in fallo.

I modi semplici e diretti, il linguaggio comune, le continue metafore sportive (soprattutto calcistiche) sono state introdotte in politica da Berlusconi. Che però ha il vizio di trattare i suoi interlocutori come bambini.
Renzi, invece, ha di fronte un elettorato più complesso, decisamente più esigente, e riuscire ad incantarlo con le stesse identiche tecniche del suo illustre predecessore ha del miracoloso. 
I maligni, i detrattori, sostengono che in fondo Renzi non dica mai nulla di concreto. Crozza lo chiama addirittura il “Nientalista”, e lo dipinge come un prestigiatore.
Sarebbe facile dargli ragione, perché il sindaco di Firenze svicola spesso e volentieri dalle domande ma, in fondo in fondo, qualcosa dice.

Lui sa bene che la comunicazione del terzo millennio ha abituato il pubblico a messaggi semplici, brevi, diretti, e questo ne ha fatto precipitare la capacità di prestare attenzione per un tempo medio-lungo (ne sanno qualcosa i lettori di questo blog, costretti a sorbirsi i miei infiniti pistolotti).

Si dice che tutti vogliano sentir parlare di cose concrete, ma quando poi si parla di queste, spesso l’audience cala vertiginosamente.
Allora un politico attento sa che non deve andare in tv a snocciolare cifre su cifre, a portare i dati, a dare soluzioni pratiche che richiedono spiegazioni approfondite, o magari tecniche.
Quello che la politica fa in tv è vendere un immaginario. Fino a poco fa ci riusciva Mr B. Ora è il turno di Mr R.
Il quale non risponde alle domande dei giornalisti (ovvero non lo fa fino in fondo, con argomentazioni soddisfacenti) ma risponde alla domanda che sa arrivare dagli spettatori: sei in grado di regalarci il nuovo?

Così ieri sera, intervistato da Lilli Gruber, e dalla giornalista del Sole 24 Ore Lina Palmerini, Renzi evita di rispondere seriamente sulla vicenda Fassina, non dà una risposta chiara sulla sorte della maggioranza in caso non si approvi una legge elettorale entro la fine del mese, parla solo dell’incoerenza della Lega quando gli chiedono se lui è favorevole o contrario al proibizionismo sui derivati della canapa.
Ma allo stesso tempo insiste sui suoi cavalli di battaglia: la legittimazione delle primarie, il taglio ai costi della politica, bastone e carota coi Cinque Stelle, il job act (visto che lui si sente molto “american”).

In collegamento dal suo ufficio di Firenze, il giovane leader si presenta con una scenografia niente male: due foto alle sue spalle si vedono nitidamente, quella del Presidente Napolitano, e quella di Renzi stesso al capezzale di Nelson Mandela.
I messaggi sono chiari. Il senso delle istituzioni, ed il sogno, la lotta per la libertà, per i diritti. E questi sono due punti fermi per il suo popolo.

Poi, incurante delle insistenze delle sue intervistatrici, dà la vera risposta, quella che interessa a lui.
E lo fa sulla domanda più importante dal suo punto di vista, quella sul rimpasto di governo.
Lui sa che è lì che può affondare il colpo, sa che è lì che può marcare la differenza.
Infatti dice che il rimpasto non gli interessa, che lui non vuole piazzare i suoi uomini, perché è una modalità della vecchia politica e, quasi parafrasando un vecchio brano dei 99Posse, aggiunge “io non diventerò mai come loro”.
E qui vince. Per ko tecnico.

Otello Piccoli

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