Porta A Porta e il lutto di Bruno Vespa

Un caro amico con cui  un tempo mi divertivo ad analizzare le puntate di Porta a Porta, una volta trovò la soluzione ad uno dei tanti misteri legati al giornalista abruzzese.
Il fatto che sia davvero figlio illegittimo di Mussolini? Il fatto che conduca da 18 anni una trasmissione in cui si può parlare nello stesso identico modo di guerra o di fonduta al cioccolato? Il fatto che sia pensionato ma di nuovo sotto contratto (ovviamente milionario) con la Rai come se questa non avesse giovani conduttori da far crescere e nuovi programmi da sperimentare?

Niente di tutto questo. Quella sera il mio amico mi guardò e mi disse: “secondo me Vespa ha due magneti sotto le ascelle. Solo questo gli può consentire di muovere esclusivamente gli avambracci, senza mai staccare le braccia dal busto. Poi gli mettono un magnete più grosso dietro la lavagna o il monitor che deve indicare, e lui, con movimento lento e uniforme, allunga l’intero arto e lo tiene fermo, rigido. Quando disattivano il magnete grande, il braccio torna nella posizione originale”.
Io mi illuminai: non poteva che essere così.

Ancora oggi, che son passati 10 anni, nessuno è mai riuscito a confutare questa teoria.
In questi 10 anni, però, Vespa è riuscito a rimanere uguale a sé stesso.
Continua a condurre Porta A Porta nella stessa identica maniera, salvo aver sostituito le poltrone coi divani, e aver portato in studio una meravigliosa clessidra, di cui ,però, ieri non s’è vista traccia.

Bruno Vespa ha gestito, e gestisce un’enorme quantità di potere mediatico, e lo fa con un’aria melliflua e accondiscendente, con l’incredibile capacità di apparire imparziale, quando invece sa perfettamente come colpire, o isolare un’opinione.
Perché a Vespa si può dire di tutto tranne che non sappia fare il suo mestiere. Vespa offre un prodotto televisivo scadente, non perché non è in grado di far meglio, ma perché sceglie di offrire un prodotto scadente. E’ il suo marchio di fabbrica, e questo marchio la Rai lo paga a peso d’oro da decenni, senza un preciso perché.
Tanto più in questi anni in cui gli ascolti diventano sempre più bassi. Ma Vespa piace a destra e a sinistra, perché rompe poco, e perché sa, come ha affermato lui stesso “cucire la puntata addosso all’ospite, come fosse un abito”. Insomma, fa il sarto, lui.

Ieri sera abbiamo visto Vespa orfano di Berlusconi.
Per buona metà della trasmissione non è mai riuscito a sorridere. Aria funerea delle grandi occasioni (terremoti, stragi, baby assassini da far passeggiare lungo i plastici), e tanta voglia di svegliarsi e scoprire che è stato solo un brutto sogno.
La serata, dato l’argomento, potrebbe essere frizzante.
Ma per il Pd interviene Cuperlo, che ha la capacità di reazione di un bradipo in coma, argomentazioni vecchie e poco credibili, riferimenti culturali di 40 anni fa (non c’è nulla di male ad avere una storia importante, ma che il metro di paragone della sinistra italiana debba essere ancora Berlinguer, morto nel 1984, dovrebbe far riflettere), e si fa mettere i piedi in testa da tutti i presenti.
Tant’è che gli scontri più divertenti si verificano tra la Gelmini e Casini, o tra il rappresentante del M5S e lo stesso Casini.

Tra un servizio (più un servizietto direi, visti i toni) su Berlusconi, uno tristissimo sul Popolo Viola, e uno su Francesca Pascale, gli unici in grado di dire cose sensate sono proprio il Grillino Giarrusso, e la “jena” Riccardo Barenghi.
Giarrusso parla come il notaio del Pippo Kennedy Show, però centra quasi sempre il problema. Anche se, qualche volta, si fa prendere la mano e straparla. In ogni caso è l’unico a cui Vespa risponde ogni volta per smentirlo. Ed è anche quello che fa infuriare quasi tutti gli ospiti.
Barenghi, invece, non si trattiene, ed interviene su tutti, nella vana speranza di riportare il dibattito su una dimensione di realtà.
Questo perché, come sempre accade a Porta A Porta, i fatti non sono distinti dalle opinioni. Quindi  tutto può essere, e tutto si può affermare, senza timore di essere smentiti. Se uno ti smentisce è di parte.

Per tutta la puntata Vespa pone domande talmente inutili che nessuno gli risponde, ed ognuno parla di argomenti a piacere.
A Cuperlo, per esempio, chiede perché Berlusconi sia durato 20 anni. Ed il bradipo risponde, come se nulla fosse: “bella domanda, mi sta chiedendo cos’è stato il Berlusconismo!”. Ma Vespa non reagisce, tanto una domanda vale l’altra. W il giornalismo.
La Gelmini, invece, ricorda sempre più l’imitazione di Caterina Guzzanti. La faccia da sifone e gli occhialini “da stronza”, che tra l’altro Casini (che oggi in Senato aveva anche  tentato di ungere con la vasellina la supposta di Berlusconi), per solidarietà ha deciso di copiare, ripete come un mantra il suo compitino, beatifica il capo, attacca il Governo come se fosse all’opposizione da sempre e non da 24 ore, insomma fa il suo.

Il fatto è che, come accade spesso, comunicativamente paga di più il discorso ossessivo ed estremista dei moderati, del discorso lento, pieno di scusanti e moderato dei progressisti. Per cui Cuperlo può argomentare quanto vuole, citando Gramsci e Berlinguer, ma è come se non avesse aperto bocca. Anche perché forse dovrebbe spiegare prima a chi lo ascolta chi erano i due.

Sullo sfondo una Nunzia Di Girolamo sempre più incapace di produrre periodi troppo lunghi, perché comincia a sbagliare congiuntivi, numero e genere di sostantivi ed aggettivi, e non riesci più a seguirla.
Il direttore del Messaggero, Virman Cusenza e quello del Quotidiano NazionaleGiovanni Morandi (quando ho sentito il nome ho pensato che avrebbe cantato “fatti mandare dalla mamma”, invece ha fatto il solito pistolotto sulle persecuzioni giudiziarie), fanno da contorno.
Insomma se non fosse per la decadenza, potrebbe essere scambiata per una qualunque serata di Porta A Porta, di qualunque anno di questo ventennio.
Ma la decadenza c’è, e si sente nell’aria, in questa strana puntata luttuosa.

Già che v’ho fatto venire l’acquolina in bocca citando la Guzzanti/Gelmini, ecco per voi lo sketch in cui si infiltra tra gli studenti di una facoltà occupata.

Otello Piccoli

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