Vorrebbe fare il giornalista, ma il Paragone non regge

Gianluigi Paragone

Gianluigi Paragone

C’è qualcosa, ma non capisco cosa, che ogni tanto, il mercoledì alle 21:10, mi fa guardare “La Gabbia” su La7.
Paragone vorrebbe essere, a suo modo, come Santoro,ma in realtà è sempre stato un pessimo giornalista.
Lo era quando faceva il leghista su Raidue, lo è adesso che, liberatosi dai fazzoletti verdi e dagli slogan padani, fa il paladino del popolo su La7.
Le domande, le riflessioni, il modo di porsi, il rapporto col pubblico, Paragone è convinto di condurre un talk tutto all’attacco, ma non si rende conto che, invece, dirige la fiera del qualunquismo.
Ed è un peccato, perché La Gabbia è l’aborto di un progetto che poteva anche essere interessante.
Innovativo nella grafica e nell’approccio, interessante nel posizionare in piedi gli ospiti (stare in piedi non solo cambia il modo di comunicare, ma opera sull’impatto visivo e rivoluziona semanticamente il rapporto col pubblico in sala, quasi come fossero candidato e commissione, o peggio, imputato e giuria), e nel farli ruotare con una certa costanza.

Anche la maggiore attenzione rivolta al pubblico in sala, così come gli argomenti, lo ammetto, che spesso altri non affrontano, avrebbero potuto dare un che di positivo al programma.E invece no, perché la trasmissione oscilla costantemente tra il populismo qualunquista ed uno stile ibrido, tra un programma di approfondimento, Le Iene e Striscia La Notizia.Insomma, per fare un format originale hanno fatto un fritto misto.E si inquadra così anche la presenza di Paolo Barnard, che potrebbe essere interessante, ma i cui discorsi richiedono un approfondimento che quei 5 minuti di spazio non permettono, e allora finiscono anch’essi per risultare slogan e poco più.

La puntata di ieri ci fornisce un buon esempio di quello che intendo.
Innanzitutto il dibattito con Formigoni, che, con grande stile, se la prende con il pubblico, come ormai sono abituati a fare i politici italiani quando vengono contestati.
Lo fa più volte, la prima con una battuta terrificante “così è se vi pare e anche se non vi pare”(alla quale ride solo lui tutto contento), poi se la prende proprio e li accusa: “e voi lo sapevate quante poltrone occupa Mastrapasqua?”, come se l’eventuale ignoranza del pubblico sul tema potesse giustificare l’ignoranza di un Senatore della Repubblica.

Ma se Formigoni si accanisce, c’è chi invece si coccola il pubblico. E’ il caso di Vittorio Feltri, che sa bene quali frasi quella platea vuole ascoltare, così comincia a dire che di tutto quello di cui s’è parlato “io non ho capito un cazzo” perché la gente di qua, gli italiani di là ecc. Applausi scroscianti.
Dall’altro lato il dibattito prosegue con lo scontro sull’Europa tra la fedelissima berlusconiana Gardini, e la giornalista Angela Azzaro. Quando quest’ultima dice l’unica cosa sensata che si sia sentita in tre ore di trasmissione, ovvero parla di Europa dei diritti, Gardini risponde “è demagogia pura!” e i cittadini si consolano moltissimo all’idea.

Durante il dibattito la regia indugia sempre sui cartelli del pubblico, che però non sono cartelli di protesta o di rivendicazione, sembrano piuttosto dei tweet: “noi alla Gabbia, loro da ingabbiare”, “la luce in fondo al tunnel? Sì è un treno che ti sta arrivando addosso!”, ed è forte, molto forte, il sospetto che siano scritti e consegnati al pubblico dagli autori.
Su questo, Paragone gioca moltissimo. La sua trasmissione fa molto affidamento sul riscontro twitter e sulle frasi ad effetto. Infatti ad un certo punto lancia personalmente un hashtag davvero molto neutrale: #Mastrapasquadimettiti.

Ma quando dà la parola a questo pubblico così arrabbiato, cominci a sospettare che se le classi dirigenti di questo Paese fanno schifo è soprattutto colpa dei cittadini.
Perché sono anche peggio dei politici. Urla, insulti, frasi fatte e banalità si sprecano, e al telespettatore non arriva niente se non la sensazione di una rabbia diffusa ormai per moda.
L’esempio migliore lo dà un ragazzo che parla sul finale. Pronuncia educatamente e sottovoce le prime tre parole: “io vorrei chiedere” e subito dopo inizia ad urlare “CAZZO MA IN QUESTO PAESE SOLO LOBBY CI STANNO?”. Intervento davvero essenziale allo sviluppo del dibattito.

Al confronto in studio si alternano servizi che davvero diventano un brutto ibrido di stili e trasmissioni diverse. Un inviato compra una sedia per Mastrapasqua che nemmeno lo riceve, come se fosse Valerio Staffelli, la collega va ad interrogare i politici in stile Sabrina Nobile, infine il video su “chi scappa di più” davanti alle telecamere a cui manca solo la voce fuori campo di Ezio Greggio.
Perfino Saverio Raimondo, che è un satirico discretamente brillante, si perde un po’ nel suo tentativo di prendere in giro la dieta di Berlusconi, ed il mitico Paolo Hendel, sul finale, ripropone uno stanco Carcarlo Pravettoni, che è un personaggio che funzionava bene venti anni fa!
Anche se devo ammettere che la battuta su B. che, scoperto che Ruby era maggiorenne ai tempi di Arcore, si indigna perché vuole solo minorenni, era proprio ben confezionata.
Ma il meglio di sé Paragone lo dà sul finale, quando smette i panni del conduttore, indossa la maglietta degli Skassa Kasta (e ho detto tutto!) e inizia a cantare. Poi, mentre canta, piazza improvvisamente una specie di editoriale, un pistolotto retorico e malriuscito che in realtà è poco più che il riassuntino della puntata del giorno. Chi non lo ha mai visto può solo restare a bocca aperta per cinque minuti buoni.
E questo mi riporta al quesito iniziale e, forse, mi fa capire cosa c’è di affascinate in “La Gabbia“: l’incredibile sospetto che gli autori la scrivano sotto effetto di Lsd.

Otello Piccoli

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