Gordon Ramsay in galera

Gordon Ramsay

Gordon Ramsay

“E adesso imparo un sacco di cose
in mezzo agli altri vestiti uguali
tranne qual è il crimine giusto
per non passare da criminali”

Certo ce lo aspettavamo che potesse succedere: una bella denuncia, prima o poi, doveva pur beccarsela. Niente di scandaloso, dunque, se Gordon Ramsay fosse finito in carcere per un paio di notti.
Invece no, è solo l’ennesimo show culinario del pluripremiato chef scozzese, in onda il martedì alle 23:05 su Real TimeRamsayChef Dietro le Sbarre”

Lo scopo è quello di trasformare un gruppo di detenuti in una perfetta brigata di cucina così da dar loro un po’ di know how per quando saranno fuori, ma, al tempo stesso, renderli produttivi e non un peso economico per la società.
A dirla tutta, il format appare lievemente fascistoide (Ramsay, quando interviene come voce off, li chiama spesso criminali e delinquenti, e sostiene che non sia giusto che la comunità paghi 38000 euro l’anno per mantenere ciascun detenuto), ma l’idea del recupero dei carcerati non è certo del tutto sbagliata. Anzi, dovrebbe essere proprio il compito della detenzione. Ma forse è il metodo ad essere sbagliato.

Quello che è certo è che, con un gruppo di galeotti con delle lame in mano, Ramsay fa meno lo spiritoso.
Dimenticatevi le urla, le bestemmie e gli insulti di Hell’s Kitchen o di Cucine da Incubo.
No, qui il nostro isterico amico si guarda bene dall’insultare chicchessia, dall’urlare eccessivamente, dal dare dell’imbecille gratuitamente al primo errore. Con aria comprensiva alza la voce appena appena, e solo quando è necessario, quasi sempre giustificandosi. La sua supponenza si ritira timidamente in un angolo e lascia spazio al suo istinto di sopravvivenza.

Ma se da un lato abbiamo la cucina in galera ed il tentativo, onestamente difficile, di farne uscire dei prodotti di livello, dall’altro abbiamo le sofferenze e le frustrazioni di chi, reietto, si ritrova ai margini della società con poche, pochissime speranze di un futuro migliore.
Il problema è che  si tratta in tutto  per tutto di uno show televisivo, e i detenuti diventano così un po’ degli animali da circo.
Già  rinchiusi nel carcere, vengono puniti, allontanati e tenuti sotto controllo anche durante la preparazione dei piatti, per l’eccitazione degli spettatori.
I coltelli tenuti in bacheche chiuse, le perquisizioni se manca un pelapatate (salvo poi accorgersi che non manca affatto) e la disperazione che diventa show business.
E l’atteggiamento con cui la telecamera tenta di scavare in queste sofferenze non mi convince per niente.

Insomma, forse ci sono dei limiti che la tv non dovrebbe mai oltrepassare. Ed uno è quello di fare spettacolo dell’emarginazione. Questa volta Ramsay il limite lo ha passato.

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